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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


22 settembre 2015

Tecnica e sinistra

Partiamo dalla sconfitta della sinistra, in Italia e in Europa. Nella speranza di coglierne le svariate ragioni. A me interessa soprattutto la sconfitta culturale, ideologica, che fra tutte è la peggiore perché mina le prospettive, chiude il quadro. La cultura fa epoca, l’ideologia è la cornice di ogni progetto. Non è vero, dunque, che siano finite le ideologie: senza di esse non esisterebbe progetto e non saremmo in grado di presentare e ‘anticipare’ alcunché, cercando attorno a queste scelte il consenso. Diciamo che nel deserto delle ideologie, nel velo funebre che sembra aver bruciato ogni competizione culturale, una in particolare sembra sopravvivere, anzi trionfare su tutte le altre, ed è la tecnica. Non confondiamola con le tecnologie, che sono solo la base materiale e produttiva su cui la tecnica stessa ha posto radici e si è insediata. Un I-phone, in sé, non sposta nulla a favore di nulla. Così la rete. Ma entrambi sono il fondamento di una grande e massiccia operazione culturale, per la quale tutto ciò che è ‘politica’ (dibattito pubblico, partecipazione, rappresentanza, opinione pubblica, in breve democrazia) è superato e deve essere rigettato. In nome di un agire pragmatico, risolutore, orientato ad affrontare i problemi con ‘competenza’ e abilità, innescando la ricerca della soluzione possibile, l’unica tecnicamente efficace, quella che fa davvero quadrare il cerchio, non altre. La democrazia, le istituzioni rappresentative, diventano perciò zavorre che affondano sotto il peso di opinioni discordi, capziose, formalistiche, che rallentano l’iter, appesantiscono le procedure, producono ‘burocrazia’, lentezza, la famosa ‘palude’. La tecnica esalta invece quello ‘bravo’, il tecnico appunto, quello fuori dalle ‘parti’, il non partigiano capace di scovare la soluzione senza essere ‘condizionato’ dalla politica. La tecnica ne esalta la ‘obiettività’, il possesso pieno dei mezzi ‘risolutori’ contro la sciocca insipienza della politica. Il tecnico non si perde nei vicoli della democrazia e della ‘politica’, ma segue gagliardo la main street e punta a conseguire con risolutezza l’obiettivo, proprio perché non appare zavorrato dalla partigianeria e dall’essere di parte. La tecnica, questa ideologia, è perciò la vera nemica della politica e, quindi, della sinistra che promuove, invece, partecipazione democratica e concerto delle opinioni.

La tecnica è finanza, comunicazione, dispositivi. È la promozione degli apparati invece che degli uomini in carne e ossa. È la riduzione a ‘numeri’ della vita umana. È l’idea che le cose (merci, beni, oggetti tecnologici) siano più importanti delle persone. È il vero riflesso culturale della prassi neoliberista, e riassume in sé a pieno quella ideologia, la completa, la fa culminare, la rende perfetta. Se l’ideologia liberista, la sua narrazione, racconta un mondo di donne e uomini sottoposte crudamente agli appetiti dell’economia, la tecnica appare, invece, con un volto più umano, perché nasconde lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e ‘narra’ la sola patina di efficienza, i soli apparati, i dispositivi, gli oggetti tecnologici più avanzati. Antepone la lucentezza delle cose alla sofferenza dell’umano, e diviene accettabile così anche per gli ’ultimi’, anzi soprattutto per loro, per chi ne resta di più ‘incantato’. Immaginiamo la potenza della comunicazione, il suo proporsi come dispositivo risolutore ben più di una lunga discussione, di una faticosa mediazione, di un dibattito, di uno sforzo partecipativo. Ecco questa ‘sirena’ ha conquistato il ceto politico, sinistra compresa, che motiva ormai le sue scelte anteponendo i congegni comunicativi alle libere opinioni, il miracolo di una narrazione efficace alle faticose traversate nel deserto. La tecnica s’è mangiata la politica, se l’è divorata. Anzi: la ‘logica’ della tecnica (e dunque della comunicazione) ha preso possesso della logica politica, si è sostituita a essa. E a resistere a questa chiamata si fa sempre più fatica. È come se un’intera umanità (grosso modo quella a cui guarda la sinistra dal punto di vista degli  ‘ultimi’) fosse prigioniera di congegni e dispositivi, come se i numerini della finanza e dell’economia avessero scalzato del tutto il pathos della lotta politica. Piccola politica, al massimo, quella che sale al proscenio. Cifre, percentuali, linee di tendenza, digitalizzazioni, tabelle, scansioni: la politica oggi ‘narra’ storie di marca pubblicitaria ma sottintende il peso e il vaglio di una miriade di dati che affluiscono nei display di chi tira le fila. Non sono i ‘numeri’ il problema, né i congegni, né la tecnologia materiale, ma il potere che hanno e l’ideologia che li esalta, ovviamente.

Quando si dice che Renzi (e prima di lui Berlusconi) ‘sanno comunicare bene’, è come se si dicesse che hanno venduto la loro anima alla tecnica e alla comunicazione, affidando il loro destino politico a questi congegni e ai comunicatori che li manovrano. È ovvio che la politica è sin dalle origini linguaggio, espressione, tecnologie di comunicazione, agonismo legato a dialoghi e dibattiti. Ma qui siamo ancora alla strumentalità del mezzo. Oggi i comunicatori si siedono al tavolo con dirigenti e candidati politici, fissano i paletti, suggeriscono la linea da seguire, spiegano che la distinzione destra-sinistra (per la tecnica) non esiste più, si tratta al massimo di ‘posizionamento’ sul mercato, come per i vecchi formaggini o per le lavatrici. Certo, gli uomini politici accorti, che ancora tengono alla loro autonomia, ribattono a queste pretese anche per questioni di dignità, se la parola ha ancora un senso. Ma nella massima parte dei casi, ci si affida alle agenzie (oppure, in altri campi, al esperto di marketing, di finanza o al sondaggista). E le agenzie svariano da un fronte politico all’altro, veri e propri intellettuali ‘disorganici’ del neoliberismo trionfante. Senza appartenenza alcuna se non quella al fronte egemone. La ‘logica’ tecnica trionfa: la politica ha ceduto autonomia, si è posta alle dipendenze di questi agenti dello status quo, di questi nuovi chierici. I quali nemmeno hanno necessità di ‘schierarsi’, basta loro seguire i protocolli tecnici e le regole del mestiere per assumere il controllo della situazione dinanzi a una classe politica delegittimata e spaesata. Renzi è il politico che più di altri in Italia si è affidato alla comunicazione, facendone un’arma micidiale. Ma più di altri, ben più di Berlusconi, ha sviluppato l’ideologia della tecnica (in quanto ideologia pura) alle cose della politica, neutralizzando o tentando di neutralizzare le procedure istituzionali (a partire dal Parlamento), la loro presunta ‘zavorra’, criticando la presunta ‘palude’, identificandola tout court con la democrazia rappresentativa e le sue procedure. “Alla fine si deve votare” è l’estrema considerazione che non indica soltanto la necessità che il dibattito sfoci in una decisione, no. Specifica, se non fosse chiaro, che contano solo i numeri, gli schieramenti, i rapporti di forza puri, i tempi ridottissimi del si-no, e non la chimica della democrazia, il suo essere conflitto reale, di donne e uomini, che (almeno all’interno del proprio stesso schieramento!) giungono a un punto alto ed efficace di mediazione. La tecnica è digitale, uno-due, on-off, non ammette soluzioni intermedie, umane troppo umane. Implica il salto, lo ‘scatto’, trasforma la democrazia in un ‘votificio’, nello stesso istante in cui accusa gli altri di voler votare ‘troppo’ (Renzi e la sua metafora del ‘Telegatto’, per dire).

Che fare? Resistere, in primo luogo, a questo dilagare della tecnica. Non è vero che essa sia un fatal destino, è semplicemente un’ideologia al servizio delle classi al potere, e dunque storicamente superabile. Resistere e frenare, almeno agli inizi. E poi riproporre la logica della politica, della democrazia, che è la stessa logica della sinistra occidentale: la partecipazione, la rappresentanza, la forza delle istituzioni democratiche, la riduzione dei dispositivi a mezzi, il conflitto e poi la mediazione, lo schierarsi, lo scontro delle opinioni, la partigianeria, la differenza, l’umanità degli ’ultimi’. La tecnica, la sua ideologia, è la peggior nemica di chi voglia diffondere consapevolezza democratica e partecipazione. Nemmeno la vecchia propaganda giungeva a tale ‘trionfo’. Oggi il destino della politica, e dunque di milioni di persone, dipende quasi unicamente dalla sapienza nel fare annunci e nel calibrare le strategie di comunicazione, dalla percezione che si ha delle cose, dall’abilità a disorientare, distrarre, dall’uso tecnicamente efficace delle regole della narrazione, dalla ‘qualità’ di quest’ultima, dal ‘raccontare storie’, appunto, che è sinonimo di ‘dire menzogne’. Più in generale si tratta di liberarsi, davvero, dai lacci e lacciuoli delle ideologie che raccontano un mondo diverso da quel che è. Che appiattiscono le opinioni a una, che presentano la partigianeria e gli schieramenti come ‘male’ e, dopo aver fatto cruentissime battaglie ‘comunicative’, sono comunque pronti ad ammassarsi in larghe intese istituzionali. La tecnica tende a ‘unificare’ nel modo peggiore: ‘ammassa’ appunto, mostra soluzioni uniche, neutrali, oggettive ai problemi, pensa i dibattiti come chiacchiera, i contraddittori come trappole, le interpretazioni come diaboliche, irrealistiche, paludose. La sinistra recuperi questo senso del ‘conflitto’ che sembra ovattato dal caos mediatico. Rimetta al centro le donne e gli uomini, non i beni inanimati e le merci. Ci restituisca i partiti, quelli veri, e rimetta al centro le istituzioni. Tolga di mezzo la plastica che ha avvolto le nostre coscienze, ci restituisca al conflitto politico e alla partecipazione. La mia è solo un’indicazione di lavoro, ovvio. Perché un cellulare è uno strumento, non un idolo. La logica della tecnologia è roba da ingegneri e periti, non da uomini politici. A cui spetta invece dare voce agli ultimi, rappresentarne i problemi, puntare a modificare gli assetti di potere armati di un progetto e di proposte specifiche, non pendere dalle labbra di un comunicatore tal quale. Altrimenti cadremo vittime di un paradosso, che avrà poco a che fare con la democrazia: eleggeremo un certo candidato ma in effetti sarà un altro a governare, quello che era apparso poco ‘comunicativo’, e dunque ineleggibile. Avverrà, o forse questo scambio, questo tragico sdoppiamento è già avvenuto.



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28 maggio 2014

Navi, zattere e bracciate a nuoto

Dal 26 maggio riflettere approfonditamente sulle cose politiche, senza cedere alla propaganda, appare a molti come una cosa sconclusionata, perdente, incapace di cogliere la novità, il ‘nuovo’ appunto: ossia che il PD c’è, è unito, vince e stravince, incarna i volti di tanti giovani di belle speranze, nonché quelli di alcuni anziani a cui non pare vero di scorgere un carro del vincitore nei paraggi. Pur tuttavia, resto una vecchia ‘pellaccia’ dicevo ieri, e se non mi fa fatica riconoscere il trionfo renziano, fare i complimenti al premier (che è il vero vincitore della contesa), augurargli buona fortuna, nello stesso tempo vorrei lasciare acceso il cervello, rischiando di mio per l’esposizione in pubblico di alcune idee.

Con Renzi la politica acquista in perfomance, diviene un’azione performativa, regolata sul tempo brevissimo e sul corto respiro, che vuole risultati da oggi al domani, che non sposta nulla in termini di prospettiva ma appare efficace subito, e tutto meno che una vaga promessa da ‘politico’. Non c’è sguardo sul tempo medio, non c’è pianificazione di scelte e gesti, tutto è scorciato nell’ossessione di mostrare effetti istantanei, ‘adesso!’ appunto. Pochi hanno capito che quello slogan renziano significava questo: non vi aspettate la terra promessa, non vi aspettate che io alzi uno sguardo vago in lontananza. Io non intendo 'trasformare' alcunché, io al massimo sono operativo ed efficace sul tempo brevissimo. Una riedizione del ‘Fatto!’ di berlusconiana memoria: entrambi, Renzi e l’ex Cav., sposano la medesima filosofia del ‘fare’, che fa molta presa sul ceto medio meno politicizzato (più disabituato ai tempi medi dei ‘politici’ e del riformismo effettivo, e più incline al cotto e mangiato) e su chi non vuole cambiamenti eccessivo, al massimo un provvedimento veloce come gli 80 euro.

Molti sono ormai propensi a ritenere il PD un ottimo ‘contenitore’ per la sinistra. A un patto, dico io. Che la sinistra abbia la forza di far pesare la propria ambizione ’trasformativa’ e non si contenti di perfomance vincenti purchessia. Che non finisca in trappola, insomma, per salire sull’omnibus comunque, anche se il percorso e il capolinea lo decidono altri, senza alcuna consultazione preventiva. Viene a mente il paragone con la DC. Che non regge se ci fermiamo ai caratteri primari di quel partito: popolarismo, specifico insediamento sociale, progetto politico di medio termine, grande attenzione alla spesa pubblica, collateralismi sindacali e associazionistici. Ma che appare azzeccato se puntiamo ai caratteri apparentemente secondari, ossia l’occupazione del centro dell’arco politico (un centro di gravità, dice Polito) con la capacità di assorbire in uno spazio oggi il meno caratterizzato possibile, pezzi di sinistra e pezzi di destra, lasciando agli altri il ruolo di estremisti, magari ‘opposti’ tra loro. Un ‘centrismo’ che non sarebbe nemmeno inedito a sinistra: vedi la SPD di Gerhard Schröder, il center of left di Blair, il clintonismo.

Il combinato disposto di azione meramente performativa, di tempi politici brevissimi e di ambizione centrista ci restituisce un’immagine del PD secondo me utile a interpretare almeno in parte questo partito così diverso dai suoi antecedenti genealogici. Laddove la sinistra non era riuscita nella sua gelosa autonomia,oggi riesce un PD che ingloba la sinistra e apre ai voti moderati e finanche di destra. Laddove la sinistra faceva paura alla classe dirigente e a ‘lor signori’ (diceva Fortebraccio) oggi il PD desta fiducia, speranza, rassicura, suscita attenzione e consenso anche negli Agnelli o in Della Valle. Il gap, la barriera tra il 25% circa del vecchio partito di sinistra e il 40% del nuovo partito né di destra né di sinistra, ma saldamente collocato in mezzo, è stata infranta il 25 maggio, rompendo argini che sarà impossibile riedificare. Siamo tutti in mare aperto, adesso! C’è chi salirà sulla nave, e chi da ‘perdente’ si contenterà di una zattera oppure vorrà testardamente farsela a nuoto. Resta il fatto che, pur in mezzo a tantissima gente che ieri nemmeno si conosceva, pur avendo già affrontato positivamente e per tempo la fine ‘del’ partito e il crollo del muro, molti di noi oggi si sentono davvero soli. Non ‘rottamati’, perché abbiamo energie intellettuali e morali che altri se le sognano. Ve lo assicuro. Ma soli sì, senz’altro.


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28 maggio 2014

Destra e sinistra

Anche una ‘pellaccia’ come la mia, alla fine, è costretta ad ammettere che qualcosa è avvenuto, che accanto al trionfo del PD (perché trionfo è stato) sia mutato uno scenario, vi sia stato uno sfondamento (come scrive anche Polito, oggi, sul Corsera) tra le due Italie, tra la destra e la sinistra insomma, un travaso, una rottura di argini che ha consentito appunto a Renzi di dilagare. Ad ammettere che un partito di sinistra in senso forte (oppure in senso meno forte, come nel caso del PD) questo ‘sconfinamento’ non l’avrebbe mai intercettato, e sarebbe rimasto un ‘vecchio’ partito di sinistra capace, sì, di parlare a un elettorato soprattutto di sinistra o progressista, ma mai ad altre categorie socio-elettorali. Ad ammettere, cioè, che effettivamente (almeno nella politica quotidiana, spicciola e un po’ frettolosa del premier) le categorie ‘destra’ - ‘sinistra’ da un po’ funzionano poco, e funziona altro invece, per esempio il ‘nuovismo’, la ‘rottamazione’ e una sorta di parafrasi mariniana: ‘non è politica è l’Italia’. In politica sono un realista (e, prima ancora, un disciplinatissimo uomo di sinistra, uno che ha fatto tutti i traslochi possibili dal PCI al PD senza battere ciglio) e prendere atto dei mutamenti di scenario, adattandovi positivamente pensieri e azione, è il mio pane quotidiano. Per questo sono propenso a credere (a prendere atto) che il conflitto politico oggi si allinei lungo altri assi, non quello (ormai sfondato) tra destra e sinistra. Tale da dedurne che c’è sinistra anche nel grillismo, per dire, e destra anche nel PD. In una sorta di mix categoriale capace di far tremare i polsi anche al più navigato dei politologi.

Detto ciò, se scompaiono destra e sinistra (o meglio si mischiano con effetti di ‘entropia’ difficili da contenere!) non è che finisce soltanto l’idea di un posizionamento ‘topografico’ o spaziale della politica. No. Se finisce la destra, finisce pure la considerazione attuale di alcune bandiere della destra (intendo ovviamente quella costituzionale, liberale, legalitaria), ossia l’individuo, la libertà, l’iniziativa di mercato. E se viene a mancare la sinistra, scompaiono alcuni capisaldi del suo pensiero e della sua azione come l’uguaglianza, l’equità, la solidarietà verso i disagiati, la ridistribuzione (non a pioggia, ma ponderata) delle ricchezze e delle risorse, l’attenzione sociale verso gli ultimi e, soprattutto, il cambiamento concepito come trasformazione effettiva, superamento di questo stato di cose a vantaggio di uno diverso e si suppone migliore. La spazialità del destra-sinistra, insomma, è anche una spazialità delle categorie che le due parti assumono come bandiere, capisaldi, alfieri della loro iniziativa. Se il PD pesca a destra e galleggia trionfalmente sugli argini rotti, sul fiume che dilaga e sommerge tutto, diventa partito interclassista, né di destra né di sinistra (ma degli ‘italiani’), si posiziona al centro (clintonianamente, blairianamente) e diventa un magnete fondamentale capace di intercettare tutto, ma proprio tutto.

A me non piace l’idea che tutte le vacche divengano grigie. Che l’entropia si prenda quel che resta delle nostre differenze e diversità, che per vincere si debbano rompere gli argini o profittare di questa rottura. Ma i miei gusti personali contano poco, mi sembra. Contano i fatti, conta l’analisi reale della situazione reale. E questa ci dice che siamo in un paesaggio allagato, privo di argini o quasi, e qui bisogna navigare, non altrove. Dunque bene Renzi, che ha vinto. Bravo per aver saputo cogliere la fine di una fase, il superamento (almeno presunto) di certe categorie politiche. Ma si sappia che la fine di quelle categorie è anche la fine dei loro predicati (libertà, iniziativa economica per la destra; equità e solidarietà per la sinistra), come dicevo. Anche questi predicati annegano nel mare magnum su cui il PD galleggia. E dovrà essere molto bravo Renzi a lasciare intatte il più possibile le differenze, dopo averle comunque negate. A fare in modo che il PD resti partito plurale, pur avendolo trasformato in un ‘contenitore’ dove tutto diventa (necessariamente) una macedonia tritatissima. E dovrà pure stare attento che improvvisamente l’acqua non ritorni negli argini, e le identità (ideali, personali, categoriali) si ribellino all'entropia storico-politica, invocando infine i loro diritti. Si chiamano dure repliche della storia. Perché le categorie possono morire, ma la libertà (da una parte) e le disuguaglianze (dall’altra) no, quelle non muoiono mai.


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17 marzo 2014

Politica pop o riformismo?

Una volta bisognava essere degli statisti per partecipare ai vertici dei governi o sedere ai consessi internazionali. Oggi si è più larghi di maniche. Può andare chiunque, purché si trovi per qualunque ragione a capo di un governo. È così, lo vedete anche voi. La verità è che è cambiata la procedura di selezione delle classi dirigenti, è cambiata la forma della competizione elettorale, lo stesso concetto di leadership si è rivoltato. Siamo ormai alla realizzazione dell’auspicio morettiano o leniniano per cui anche il bracciante lucano, o la casalinga di Voghera o una cuoca (con tutto il rispetto) potrebbero sedere sullo scranno politico più alto e da lì volare dalla Merkel oppure a un G8 qualunque. Meglio? Peggio? Boh. Ma aver surrogato le culture politiche con le tecniche di comunicazione non ha portato vantaggi. Forse ha popolarizzato la politica, le ha dato una forma mediatica, l’ha resa una specie di reality, ma non l’ha migliorata, semmai l’ha resa peggiore di prima. Se fosse accaduto alla chirurgia, oggi indosserebbero il camice i tronisti, oppure Maria De Filippi in persona, e sfido chiunque ad andare in sala per un’appendicite. Tuttavia, siccome si tratta “solo” di politica, allora nulla quaestio. La politica deve essere pop, no? La chirurgia no, d’accordo, ma la politica sì. Senz’altro.

La fonte del danno è tutta lì. Nell’essersi affidati alle agenzie di comunicazione invece che allo studio e ai convegni. Nell’aver scelto i depliant e gli hashtag al posto delle culture politiche in senso forte. Passi che ciò sia accaduto ai cittadini, ma è del tutto inverosimile che siano stati anche i vertici delle istituzioni, dei partiti, gli organi dello Stato, gli intellettuali, la cittadinanza più accorta, a scegliere la via breve dello slogan al posto della ricerca e del dibattito pubblico. Lo stesso PD fallisce come partito perché non mette in gioco davvero le culture politiche ma si limita a mettere in campo un gioco di specchi comunicativo. La comunicazione divide, diluisce, dissolve. Le culture politiche invece unificano nel confronto, nel contraddittorio, nel permanere comunque di un’identità, perché aprono dibattiti e contese. L’amalgama deve essere amalgama di culture non differenziazione di slogan e battute pop buone appena per la TV. Sulle battute ci si divide, nel dibattito si tessono invece trame che avvicinano. Il PD oggi è solo una macchina elettorale comunicativa. Si appresta a diventare un partito degli eletti. È pronto a scomparire ove Renzi fallisse. A queste condizioni (finanziamento pubblico zero, tanto per dire), scomparirà come tale il giorno che finirà all’opposizione. Orsù!, direbbe il poeta, la minoranza di sinistra interna al PD apra una grande discussione di cultura politica, si unifichi attorno a una convenzione. Non basta giocare di fioretto con Renzi, bisogna cambiare il contesto del gioco. La sinistra è trasformazione o non è. Ecco il riformismo.


4 marzo 2014

Gli ultimi non sono degli sfigati.

Il classico di Bobbio (Destra e sinistra) è stato ripubblicato con un commento di Matteo Renzi. L’ho letto. L’ho meditato nei giorni successivi . Dopo di che almeno due cose, veloci, voglio dirle. Renzi scrive che questa è una società atomizzata, sempre più individualizzata. A che vale allora parlare di uguaglianza come fece Bobbio? Come dire: mancano le basi, ogni individuo si misura per sé. Ogni individuo è atomo di se stesso. Ma questo vuol dire che Renzi assume le condizioni attuali come insuperabili. Atomi siamo e atomi resteremo. Individui e basta. D’accordo, se non fosse che lo stesso Renzi, una riga dopo, auspica che la sinistra non perda contatto con gli ‘ultimi’. Gli ‘ultimi’? Ma se la società è ormai fatta solo di individui, di atomi, se l’uguaglianza non conta ed è un parametro ‘vecchio’, che c’entrano gli ultimi? I quali sono, invece, la prova provata dell’esistenza della disuguaglianza. Sono il portato principale del fatto che c’è qualcuno che è primo e qualcuno che è appunto ‘ultimo’. Non ‘ultimo’ per sfiga soltanto o per cattivi meriti, ma ultimo anche perché nella gara è partito per ultimo, oppure lo è diventato per assenza di risorse, per ineguaglianza reale di risorse.

Dice Renzi che se la sinistra vuole ancora occuparsi degli ultimi, deve avere lo sguardo più lungo. Deve passare dal piano spaziale a quello temporale. Non essere ‘sinistra’ in quando distinta topograficamente da una ‘destra’, ma ragionare nei “termini temporali di conservazione/innovazione”. Ossia fissare lo sguardo al futuro. Al ‘nuovo’. Renzi non sa (o mostra di non sapere) che la sinistra nasce come progetto di trasformazione. La Rivoluzione Francese, dapprima. Poi le grandi rivoluzione democratiche europee. Poi quella Russa. Poi la guerra partigiana. Pensare che sia tutta una questione di collocazione dei seggi in Parlamento è da orecchianti della storia politica. Semmai la sinistra ha avuto il problema opposto: infuturarsi eccessivamente. Vivere di utopie e messianismi. Che è anche la visione astratta che coltiva, nonostante tutto, Renzi. Secondo il quale il Novecento fu socialmente più semplice, ben delimitato, quasi rudimentale, perché diviso in blocchi definiti. Il secolo breve? Macché, per Renzi quello è il secolo facile. Quello in cui era più comodo ‘rappresentare’ ultimi ed esclusi. Talmente comodo che mio nonno Peppe fu licenziato solo perché apparteneva alla Commissione Interna e aveva proclamato l’occupazione della fabbrica. E così, dopo di lui, l’intera famiglia, occupata in quella stessa fabbrica. Era Natale. Mio fratello aveva tre mesi. Facilissimo, come no. Vacci a combattere tu coi sindacati gialli, i diritti calpestati, le minacce, la divisione ferrea tra operai e impiegati. Facile col senno di poi. Da orecchianti, appunto.

Peraltro, la condizione atomizzata che, secondo Renzi, marchia a fuoco la nostra società, il Sindaco l’assume come un dato di fatto, una condizione insuperabile. Di qui l’inservibilità della uguaglianza come criterio della sinistra. Insuperabile? E l’asse temporale, e l’innovazione, e lo sguardo lungo? Va a finire che sull’asse temporale Renzi è il vero conservatore. Perché dire ‘ultimi’, dire ‘solidarietà sociale’, dire ‘coesione sociale’ non significa negare l’attuale dato di fatto ‘individualistico’ o ‘atomizzato’. Significa, al contrario, rispondere a questo contesto con una proposta alternativa. Significa pensare DAVVERO l’innovazione, non come mera apposizione del termine ‘nuovo’ davanti a un termine ‘x’ qualsiasi, ma come TRASFORMAZIONE delle relazioni umane. Nel senso di non assumere l’atomizzazione come uno strato geologico irremovibile, ma come un contesto sul quale lavorare. Un contesto storico, non la dura pietra lavica del conservatore. Vuol dire dare risorse agli ultimi, ridistribuire; vuol dire restringere l’abisso che separa i pochissimi straricchi dalla stragrande maggioranza degli altri; vuol dire attenuare l’effetto di riproduzione sociale che ci attanaglia, e pensare l’uguaglianza in termini concreti di risorse, collocazione sociale, provenienza, investimento umano e intellettuale, non solo chance in astratto e meriti di tipo scolastico secondo la retorica ideologica dei cervelli in fuga (che è cosa ben diversa dal dramma dei ragazzi che vanno all’estero in cerca di chance).

Gli ultimi non sono degli sfigati a cui nessuno ha offerto occasioni, o peggio le hanno sprecate per insipienza. E l’eguaglianza non vuol dire appiattire in basso. Semmai è la disuguaglianza che appiattisce i destini e le vite, e le costringe in un cantone a onta dei meriti. Se la sinistra non fa leva sulle condizioni sociali, se non aggancia meriti e chance a quanto frena concretamente il dispiegamento di questi potenziali meriti (ad esempio, aver frequentato un istituto tecnico di periferia invece che la Bocconi o Harvard, essere vissuti a Torre Maura o Cinquina invece che a viale Liegi, avere avuto le relazioni familiari giuste o essere figlio o nipote di cotanta famiglia, per dirne alcune), se non punta a modificare le relazioni sociali, dicevo, il dinamismo sociale di ridurrà al salto della cavallina di quell’abisso che separa poveri e ricchi (che esistono Renzi, esistono ancora), passando armi e bagagli dalla parte di chi le chance familiari ce l’ha avute per censo,  altro che. Questa è la vera riforma sociale, Sindaco: restringere l'abisso, non pensare che quell’abisso vada saltato, non solo discettare di un ‘nuovo’ che sa di vecchio. Tra un po’ dirai “nuova forma di disuguaglianza”, “disuguaglianza innovativa”, lì porta la tua logica linguistica. Ma le cose non si cambiano ‘narrandole’, sono dure e resistenti, e i giocatori di poker al massimo vincono una partita, non la guerra. Che è poi il punto vero della sinistra.


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3 dicembre 2013

LA RAGIONE DELLA SINISTRA

           

La sinistra moderna esiste, storicamente, per una sola e unica ragione. La lotta allo sfruttamento. Le altre ragioni sono altrettanto utili, indispensabili, sono altrettante motivazioni alla lotta e al governo, ma sono corollari rispetto alla principale, che è quella di battere lo sfruttamento con le armi della politica. Dinanzi alla vicenda dei poveri lavoratori cinesi morti come topi in gabbia molti hanno sollevato una serie di ragioni e di considerazioni lodevoli, accennando al liberismo, alla globalizzazione, alla necessità di controlli, alla dignità calpestata, all’espansionismo cinese, ai costi di produzione che vengono abbattuti abbattendo direttamente la vita e la dignità dei lavoratori. Ma uno solo ha rappresentato a tutto tondo il senso vero della vicenda, senza infingimenti, senza chiacchiere inutili, come avrebbe potuto farlo solo chi provenisse dalla storia del movimento operaio: Giorgio Napolitano. Il Presidente ha detto: basta sfruttamento. Basta con lo schiavismo, basta con gli uomini ridotti a bestie in gabbia, basta con i profitti costruiti sulla vita di chi ci mette le braccia e la testa, e non viene compensato sufficientemente per il lavoro che svolge. E che da solo sostiene il commercio mondiale: e ‘da solo’ vuol dire pagando per tutti, con salari appena sufficienti alla sussistenza, ma capaci di garantire ampi margine di profitto e pressi bassi e concorrenziali al consumo. Dov’è la sinistra dinanzi al dramma di queste altre sette morti bianche? E di migliaia di altre tragedie nel mondo? E dov’è il sindacato? Ha ragione Susanna Camusso a dire che questa tragedia è una sconfitta per il sindacato. Di più: è l’incapacità di andare a contrastare lo sfruttamento, a individuarlo come il vero nemico da eliminare. Il ventennio liberista finirà davvero quando lo sfruttamento sarà considerato di nuovo la bestia da combattere, e non un parametro aziendale su cui far leva per abbattere i costi e accrescere i profitti dell’1% di noi.


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1 agosto 2013

Destra, sinistra e tariffazione della sosta

C’è un gran discuere di destra e sinistra, del loro senso, della loro stessa esistenza. Cacciari su Repubblica ha detto che la parola sinistra non serve più, e che la distinzione destra-sinistra è arcaica (tanto quanto la polemica sulla sua presunta arcaicità, a dire il vero). La discussione resta comunque appesa ai massimi sistemi, alle astrazioni, e siccome lo stesso Cacciari invita a curvare sul ‘fare’, sui progetti concreti piuttosto che ‘baloccarsi’ sulle idee, proviamo a vedere cosa significhi la distinzione più nel concreto.

A Roma, col Sindaco Marino, è nell’aria una riforma della sosta tariffata. Istituita dalla Giunta Rutelli al costo uniforme in tutta la città di 1 euro all’ora, è stata prima cancellata e poi riformata dalla Giunta Alemanno nel 2008. Qual è la ratio della tariffazione? Quella di regolare i flussi di traffico facendo leva sul prezzo della sosta, e poi quella di consentire il ricambio delle vetture, favorendo la sosta breve. Semplice e molto di sinistra, peraltro. Il suolo pubblico viene razionalizzato e messo a reddito, ma non con l’intento di istituire una nuova gabella! Tant’è che il costo della tariffa non è un costo di mercato, ma il prezzo di equilibrio che agevoli effettivamente il ricambio: se questo costo fosse zero ci sarebbe anche ricambio zero (sosta lunga) e quindi il sostanziale fallimento del provvedimento; se fosse molto alto disincentiverebbe agli automobilisti a parcheggiare e le strisce blu resterebbero vuote (sosta zero). Semplice.

La destra al governo ha invece interpretato la tariffazione come se fosse una tassa (sono ossessionati dalle tasse!) e ha fatto due cose logicamente assurde: ha creato blocchi di strisce bianche accanto a quelle blu (come se lì potessero parcheggiare i più ‘poveri’ e invece si è solo incentivata la sosta lunga a discapito della ‘regolazione’) e ha fatto sconti e abbonamenti! In questo modo ha, sì, creato una nuova imposta, ‘vendendo’ suolo pubblico agli automobilisti, facendo saltare del tutto il meccanismo del ricambio. Se oggi Marino decide di alzare la quota a 1,50 euro/ora, evidentemente, è per cancellare questo effetto ‘gabella’ e per ripristinare quello ‘regolativo’ e del ‘ricambio’. Ecco la destra all’opera, dunque, ecco i veri tassatori demagoghi.

Gli ingegneri del traffico dicono che la mobilità si governa con la sosta. E i parcheggi (quelli di scambio, in special modo) sono come magneti che attraggono il traffico distogliendolo dal centro, mentre la tariffazione ‘regola’ i flussi delle autovetture. I parcheggi in centro, a Roma, sono una specie di jattura, insomma. Quando si decide comunque di realizzarli in sottosuolo, si dovrebbe almeno pensare di cancellare la sosta sulla corrispondente superficie a vantaggio dei pedoni. Ecco un’altra cosa di sinistra, per esempio. La destra invece si oppone ai parcheggi, governa le rivolte dei cittadini (nulla nel mio cortile) oppure vuole sia i parcheggi interrati sia le automobili in superficie: tombola.

Cacciari dice che bisogna ‘fare’, e che si ‘è’ quel che si ‘fa’. Ma se i nostri progetti non fossero almeno in parte sorretti (non dico ‘guidati’!) da principi, da alcune idee cardine, da una sensibilità culturale, dalla nostra personale conformazione, sarebbero ciechi, sarebbero una sorta di gratta e vinci. L’ho spiegato con la tariffazione, che è un provvedimento intriso di principi e di considerazioni a monte in merito alla sua funzionalità effettiva, alla sua efficacia pubblica, persino al suo impatto e funzionamento tecnico. È solo chiarendo questi principi di fondo che il provvedimento si comprende e se ne capiscono le ragioni: non l’ennesima tassa ma un provvedimento di traffico a vantaggio del bene pubblico e del governo urbano della mobilità. Quando Tocci avviò il progetto aveva in mente delle idee, delle forme, alcuni principi (in primo luogo la città come bene pubblico), non era animato da un fare cieco, deterministico, e il suo non era un atto meramente tecnico.

Destra e sinistra, dunque, esistono. Preferite chiamarle Geppetto e Tonino (come dice Cacciari)? Bene, ma sempre destra e sinistra rimangono: idee, principi, opinioni che rendono, ad esempio, la tariffazione, tanto per dire, uno strumento pubblico di regolazione e non l’ennesima tassa, per di più ingenerata da quelli che le tasse vorrebbero a parole cancellarle tutte. Ecco, una volta quest’ultima si chiamava ideologia (falsa coscienza, rappresentazione falsata della realtà e delle proprie idee recondite) oggi invece si è tutti uomini del ‘fare’. Ma fare che? E perché? La tecnica ritiene che la soluzione al problema sia una e una soltanto, quella efficace, la migliore, e che il resto siano chiacchiere, opinioni che non interessano a nessuno. Certo, qui la democrazia in quanto partecipazione è fuori gioco, bastano gli ottimati, i migliori a decidere (anzi ‘fare’) per tutti. E forse Cacciari si sente uno di questi. Ma io non mi sento affatto uno che attende pazientemente le decisioni altrui, soprattutto se queste mi riguardano direttamente. E poi sono pure di sinistra. Ecco.


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permalink | inviato da L_Antonio il 1/8/2013 alle 9:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


28 giugno 2013

Scalzi alla meta

Adesso, io rispetto il neo sindaco di Messina, e gli faccio davvero tanti auguri di buon lavoro. Pare che sia una brava persona, uno che è pronto a fare bene, che ha (parrebbe avere) anche le idee chiare sul da farsi. Bene. Mi lascia solo perplesso il camminare a piedi nudi concepito quale atto di umiltà, così come la decisione di abbattere (spero metaforicamente) il portone di ingresso al Palazzo Comunale. Accorinti (questo il nome del Sindaco) si mostra su Repubblica scandalizzato dall’idea di un portone d’accesso, che per lui sarebbe da considerare tout court una barriera politica sollevata dalla kasta: “per entrare bisognava firmare un modulo e mostrare la carta d’identità -  dice al giornalista -, ti sembra normale?”. A me sì, francamente, per ragioni di sicurezza almeno. Anche se, ne convengo, la mia opinione conta poco, dinanzi a quella del Sindaco di una città importante come Messina. Quel che mi lascia perplesso è un’altra cosa, ben più generale. La riassumo così: possibile che il presunto rinnovamento della politica debba trasformarsi nello sbraco completo? Nell’improvvisazione, nelle belle intenzioni, nelle botte di volontariato, nelle opacissime agorà elettroniche, in nuovi amministratori perlomeno originali nello stile, nel profluvio di chiacchiere e assemblee, di cittadini, volontari, collaboratori aggratis, portoni abbattuti,  “lavoreremo h24”, “ci ridurremo lo stipendio”, “andrò a lavorare coi pattini”, “io invece camminando sui carboni ardenti”, e comunque “qui non si parla di politica”, ecc. ecc.

Ma c’è un punto insuperabile per CHIUNQUE (“no ponte” compresi) voglia amministrare la realtà urbana (ma, più in generale, la realtà tout court, che è cosa sensibilmente diversa dalle cazzate che si sparano ogni giorno a volontà Calvè e in forma crescente sulla rete e sui media). Il punto insuperabile è questo: la realtà esiste! È fatta in un certo modo, va affrontata, vanno individuati i suoi appigli, e per trasformarla bisogna conoscerla. Senza una conoscenza (un sapere, quindi uno studio), senza una considerazione determinata della sua conformazione, senza rispettare le sue leggi, le sue caratteristiche specifiche, i suoi tempi, le mille spinte e controspinte che colpiscono chi la affronti, le ragioni di questo o di quello, i sentimenti di questo o di quello, le strategie e le tattiche necessarie per colpire l’obiettivo, le rinunce, i compromessi, le omissioni talvolta obbligate, le parole non dette, i portoni che qualcuno prima o poi dovrà chiudere, il lavoro sporco, talvolta lurido che l’amministratore  deve compiere per ottenere quel minimo di successo che intende conseguire, senza considerare tutto ciò sei una persona finita. Non si tratta di abbassare la guardia e sentirsi sconfitti da una realtà più grande delle nostre belle intenzioni, da neofiti magari. No. Si tratta di rendere possibili dei successi senza stupidi velleitarismi e, soprattutto, senza piangere poi come dilettanti delusi sulla cattiveria degli uomini e delle cose. Purtroppo, in un ‘epoca dove ti raccontano che la comunicazione è tutto, è facile, quasi doveroso scambiare la nostra anima bella per la realtà reale. Le nostre intenzioni per degli obiettivi conseguibili a brevissimo. I politici esperti per kasta. I grillini per dei rivoluzionari. Il PDL per un partito della destra europea. Berlusconi per l’Unto. Grillo per un democratico. Il Sindaco anarchico a piedi scalzi di Messina per la nuova frontiera della politica. I sogni di qualcuno per la materialità dell’esistenza. Le illusioni, il purismo, il dilettantismo, il velleitarismo, per una sorta di ‘nuova’ purezza a cui affidarsi per la nostra salvezza.

Ecco. Io resto dell’avviso che la sinistra debba impegnarsi a trasformare la realtà, renderla più giusta e più coesa, riscattando i disagiati e restituendo dignità a chi ne è stato privato. Ma con le botte da matti, i velleitarismi, il mito della società civile, l’ignoranza totale dei termini effettivi e il dilettantismo naif non si va da nessuna parte. Al massimo si abbattono portoni, che poi qualcuno, per evitare che il Palazzo Comune divenga un porto di mare, dovrà ripristinare.  Al massimo ci si ‘scrocia’ contro qualcosa. O forse si finisce per discutere di diaria e di Massimi Sistemi. O si espelle il primo che critica. Oppure si scambiano le dichiarazioni alla stampa per dei deliberati efficaci. E il nostro povero cervello bombardato dalla tv per un cervello davvero funzionante. Che non è esattamente quel che ci aspettiamo un po’ tutti dalla politica.

PS E comunque auguri Sindaco! Ce ne vogliono davvero!


10 aprile 2013

E te credo!

 

La sinistra (e a maggior ragione il centro-sinistra) è un complesso davvero ampio e articolato di poteri, gruppi, istituti, personalità, culture, media che oggi trovano una miracolosa (per quanto sempre un po’ precaria sintesi) nel Partito Democratico. Eppure di questo sembrano avere poca consapevolezza molti di noi. È come se la ‘personalizzazione’ della politica avesse intaccato la nostra coscienza e la nostra visione del mondo. Come se non inquadrassimo l’obiettivo oltre la figura concreta, in carne e ossa, che si staglia qui e ora dinanzi. Chiunque esso sia. E invece dovrebbe essere sufficientemente chiaro che il percorso prevede un equilibrio delicato tra elementi diversi e spesso piazzati su livelli differenti, a partire dalla società su su fino al vertice delle istituzioni. Lo dico perché assisto con un certo sconcerto alla strategia renziana, che pone se stesso medesimo come il fronte più avanzato della propria battaglia politica. Se stesso, la propria persona, nonché la rottamazione degli altri, gli avversari più esperti, oltre al coinvolgimento pieno del partito nel fenomeno di leaderizzazione (personalizzazione) totale così delineato. Io dico che la sua è miopia. Come può pensare che un disegno efficace possa ridursi alla propria candidatura, alla trasformazione del partito in macchina elettorale, alla considerazione del gruppo parlamentare come mera retrovia della propria leadership di governo. Non lo afferma in toto, certo, ma lo lascia intuire.

Bersani ci insegna che la politica è un’impresa collettiva. E che i poteri sono un’articolazione spesso complessa. E che i livelli sono numerosi e intersecati, dalla società ai partiti, su fino alle istituzioni. E che intravedere la politica solo attraverso le figure personali è riduttivo, fuorviante. Gli equilibri politici non ruotano centripetamente attorno a un centro immobile, tanto di più se si tratti di una singola persona. I livelli politico-istituzionali godono di una inevitabile autonomia (anche se relativa). Così i partiti non scompaiono affatto dietro l’effetto scenico delle elezioni, anche se questo vorrebbe Renzi. Solo chi coglie questo movimento continuo e questo equilibrio complesso riesce a tirare le fila strategiche del ragionamento. Pensate difatti a Grillo, che fa il duce in piazza e poi deve mediare col SUO gruppo parlamentare. O a Berlusconi, che urla nelle manifestazioni pagate da lui medesimo a uso mediatico, ma poi scodinzola un governassimo qualsiasi dinanzi a Bersani, perché, in entrambi i casi, i gruppi parlamentari non ci stanno a fare esercizio di mutismo e rassegnazione, andandosene a casa troppo anticipatamente. Dico a Renzi: la smetta di fare il guru politico, di esibire un protagonismo politico-mediatico del tutto inutile (anzi dannoso), e si acconci a capire realisticamente quale possa essere il proprio posto all’interno di quel complesso ampio e articolato che è il centrosinistra italiano. D’altronde, senza il PD Renzi è nulla. E forse lo intuisce, dato che lui, dopo aver mostrato i muscoli, tutto fa meno che andarsene via. E te credo!


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11 marzo 2013

Operai

 

Ora è certo. Dopo l’indagine LePolis pubblicata oggi da Repubblica e commentata da Diamanti, sappiamo che la base operaia appartiene a tutti gli effetti alla pancia del Paese. Il 40% degli operai ha votato Grillo, il 25,8% ha votato Berlusconi: due terzi dell’elettorato. Che il PD non fosse più un partito operaio lo si sapeva da tempo. Ma che gli operai oggi esprimano prevalentemente protesta sociale e ribellione è una novità tremenda. Sta accadendo esattamente quello che la sinistra ha sempre cercato di evitare, ossia la trasformazione della base produttiva in un coacervo di convulsioni sociale senza sbocchi. Detto meglio: la sinistra non dialoga più con la base operaia del Paese, e questa sceglie le grida grilline e le illusioni berlusconiane. C’è da che disperarsi. Il vecchio slogan ‘Operai e impiegati uniti nella lotta’ è morto e sepolto. Il centrosinistra non è più capace di parlare né di ascoltare, tanto meno indicare una prospettiva realistica e credibile. È questione di egemonia e di appeal culturale. L’Italia è davvero un Paese devastato socialmente e culturalmente. E la sinistra pecca di Illuminismo: gran bella cosa se si tratta di mettere la ragione politica sopra ogni cosa, ma grande jattura se si tratta di intercettare bisogni, tendenze, domande che salgono dalla base del Paese, dai ceti più disagiati, da dove ribolle la rabbia. L’Illuminismo alza una barriera tra sé e gli altri, i non-illuminati. Produce il mito della stanza dei bottoni. Fa crescere l’idea che basti indicare la via della ragionevolezza che gli altri rispondano. Incute l’illusione che i più bravi, l’oligarchia dei più bravi, possa bastare a cambiare. E invece la politica cambia se è politica, non tecnica, non comunicazione, non convegno di menti. O si prende atto che c’è un popolo, non in senso populista, ma come complesso di classi e figure sociali spesso sorde alle belle analisi e alle suggestioni intellettuali. Oppure si crepa, magari governati da Grillo e Berlusconi (o chi per loro) per un altro ventennio. Tertium non datur.


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permalink | inviato da L_Antonio il 11/3/2013 alle 11:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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